Il testamento biologico

Roma- In data 14 dicembre 2017, è stata finalmente approvata la Legge sul cosiddetto testamento biologico.
Essa, che consta di otto articoli e che è intitolata “norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, all’importantissimo ed innovativo articolo 1 recita: “la presente legge, nel rispetto dei princìpi di cui agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione e degli articoli 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona e stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge.
È promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico che si basa sul consenso informato nel quale si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico. Contribuiscono alla relazione di cura, in base alle rispettive competenze, gli esercenti una professione sanitaria che compongono l’équipe sanitaria. In tale relazione sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari o la parte dell’unione civile o il convivente ovvero una persona di fiducia del paziente medesimo.
Ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e a lei comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefìci e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi. Può rifiutare in tutto o in parte di ricevere le informazioni ovvero indicare i familiari o una persona di sua fiducia incaricati di riceverle e di esprimere il consenso in sua vece se il paziente lo vuole. Il rifiuto o la rinuncia alle informazioni e l’eventuale indicazione di un incaricato sono registrati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.
Il consenso informato, acquisito nei modi e con gli strumenti più consoni alle condizioni del paziente, è documentato in forma scritta o attraverso videoregistrazioni o, per la persona con disabilità, attraverso dispositivi che le consentano di comunicare. Il consenso informato, in qualunque forma espresso, è inserito nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.
Ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, con le stesse forme di cui al comma 4, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento, con le stesse forme di cui al comma 4, il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento. Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici. Qualora il paziente esprima la rinuncia o il rifiuto di trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza, il medico prospetta al paziente e, se questi acconsente, ai suoi familiari, le conseguenze di tale decisione e le possibili alternative e promuove ogni azione di sostegno al paziente medesimo, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica. Ferma restando la possibilità per il paziente di modificare la propria volontà, l’accettazione, la revoca e il rifiuto sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.
Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali.
Nelle situazioni di emergenza o di urgenza il medico e i componenti dell’équipe sanitaria assicurano le cure necessarie, nel rispetto della volontà del paziente ove le sue condizioni cliniche e le circostanze consentano di recepirla.
Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura.
Ogni struttura sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei princìpi di cui alla presente legge, assicurando l’informazione necessaria ai pazienti e l’adeguata formazione del personale.
La formazione iniziale e continua dei medici e degli altri esercenti le professioni sanitarie comprende la formazione in materia di relazione e di comunicazione con il paziente, di terapia del dolore e di cure palliative.
È fatta salva l’applicazione delle norme speciali che disciplinano l’acquisizione del consenso informato per determinati atti o trattamenti sanitari”.
Inoltre, un altro articolo che a modesto avviso dello scrivente è decisamente degno di nota, è il due, il quale afferma: “il medico, avvalendosi di mezzi appropriati allo stato del paziente, deve adoperarsi per alleviarne le sofferenze, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico. A tal fine, è sempre garantita un’appropriata terapia del dolore, con il coinvolgimento del medico di medicina generale e l’erogazione delle cure palliative di cui alla legge 15 marzo 2010, n. 38. 2.
Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati.
In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente.
Il ricorso alla sedazione palliativa profonda continua o il rifiuto della stessa sono motivati e sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico”.
Sin qui, tutto ottimo; ma se il paziente è minorenne o è una persona incapace, come ci si deve regolare?
La risposta a tale inquietante quesito, è fornita dall’articolo 3 della norma che stiamo esaminando, il quale sancisce che: “la persona minore di età o incapace ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e di decisione, nel rispetto dei diritti di cui all’articolo 1, comma 1. Deve ricevere informazioni sulle scelte relative alla propria salute in modo consono alle sue capacità per essere messa nelle condizioni di esprimere la sua volontà. Il consenso informato al trattamento sanitario del minore è espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore tenendo conto della volontà della persona minore, in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, e avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore nel pieno rispetto della sua dignità. Il consenso informato della persona interdetta ai sensi dell’articolo 414 del codice civile è espresso o rifiutato dal tutore, sentito l’interdetto ove possibile, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita della persona nel pieno rispetto della sua dignità. Il consenso informato della persona inabilitata è espresso dalla medesima persona inabilitata. Nel caso in cui sia stato nominato un amministratore di sostegno la cui nomina preveda l’assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, il consenso informato è espresso o rifiutato anche dall’amministratore di sostegno ovvero solo da quest’ultimo, tenendo conto della volontà del beneficiario, in relazione al suo grado di capacità di intendere e di volere. Nel caso in cui il rappresentante legale della persona interdetta o inabilitata oppure l’amministratore di sostegno, in assenza delle disposizioni anticipate di trattamento” (DAT) “di cui all’articolo 4, o il rappresentante legale della persona minore rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare su ricorso del rappresentante legale della persona interessata o dei soggetti di cui agli articoli 406 e seguenti del codice civile o del medico o del rappresentante legale della struttura sanitaria”.
Assolutamente da non tralasciare, è anche il successivo articolo 4 (Disposizioni anticipate di trattamento), che dispone: “ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte, può, attraverso le DAT” (disposizioni anticipate di trattamento), “esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari.
Indica altresì una persona di sua fiducia, di seguito denominata fiduciario, che ne faccia le veci e la rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie. Il fiduciario deve essere una persona maggiorenne e capace di intendere e di volere. L’accettazione della nomina da parte del fiduciario avviene attraverso la sottoscrizione delle DAT o con atto successivo, che è allegato alle DAT. Al fiduciario è rilasciata una copia delle DAT. Il fiduciario può rinunciare alla nomina con atto scritto, che è comunicato al disponente.
L’incarico del fiduciario può essere revocato dal disponente in qualsiasi momento, con le stesse modalità previste per la nomina e senza obbligo di motivazione.
Nel caso in cui le DAT non contengano l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace, le DAT mantengono efficacia in merito alle volontà del disponente. In caso di necessità, il giudice tutelare provvede alla nomina di un amministratore di sostegno, ai sensi del capo I del titolo XII del libro I del codice civile.
Fermo restando quanto previsto dal comma 6 dell’articolo 1, il medico è tenuto al rispetto delle DAT, le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario, qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita. Nel caso di conflitto tra il fiduciario e il medico, si procede ai sensi del comma 5 dell’articolo 3.
Le DAT devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata ovvero per scrittura privata consegnata personalmente dal disponente presso l’ufficio dello stato civile del comune di residenza del disponente medesimo, che provvede all’annotazione in apposito registro, ove istituito, oppure presso le strutture sanitarie, qualora ricorrano i presupposti di cui al comma 7. Sono esenti dall’obbligo di registrazione, dall’imposta di bollo e da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto e tassa. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, le DAT possono essere espresse attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare.
Con le medesime forme esse sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento. Nei casi in cui ragioni di emergenza e urgenza impedissero di procedere alla revoca delle DAT con le forme previste dai periodi precedenti, queste possono essere revocate con dichiarazione verbale raccolta o videoregistrata da un medico, con l’assistenza di due testimoni.
Le regioni che adottano modalità telematiche di gestione della cartella clinica o il fascicolo sanitario elettronico o altre modalità informatiche di gestione dei dati del singolo iscritto al Servizio sanitario nazionale possono, con proprio atto, regolamentare la raccolta di copia delle DAT, compresa l’indicazione del fiduciario, e il loro inserimento nella banca dati, lasciando comunque al firmatario la libertà di scegliere se darne copia o indicare dove esse siano reperibili.
Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministero della salute, le regioni e le aziende sanitarie provvedono a informare della possibilità di redigere le DAT in base alla presente legge, anche attraverso i rispettivi siti internet”; ma v’è di più: nella relazione tra paziente e medico, ai sensi dell’articolo 5, “può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico e l’équipesanitaria sono tenuti ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità.
Il paziente e, con il suo consenso, i suoi familiari o la parte dell’unione civile o il convivente ovvero una persona di sua fiducia sono adeguatamente informati, ai sensi dell’articolo 1, comma 3, in particolare sul possibile evolversi della patologia in atto, su quanto il paziente può realisticamente attendersi in termini di qualità della vita, sulle possibilità cliniche di intervenire e sulle cure palliative.
Il paziente esprime il proprio consenso rispetto a quanto proposto dal medico ai sensi del comma 2 e i propri intendimenti per il futuro, compresa l’eventuale indicazione di un fiduciario.
Il consenso del paziente e l’eventuale indicazione di un fiduciario, di cui al comma 3, sono espressi in forma scritta ovvero, nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare, e sono inseriti nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico. La pianificazione delle cure può essere aggiornata al progressivo evolversi della malattia, su richiesta del paziente o su suggerimento del medico.
Per quanto riguarda gli aspetti non espressamente disciplinati dal presente articolo si applicano le disposizioni dell’articolo 4”.
Ovviamente, vi sono anche altre poche disposizioni contenute nella norma in esame, ma sono tralasciate, perchè non considerate particolarmente rilevanti dallo scrivente. Infine, si può tranquillamente affermare che l’assenza di una norma ad hoc, ha fatto sollevare enormi polveroni fino ad oggi; adesso, però, non ci si può esimere dal ricordare: la presente norma non prevede comunque la morte per l’infermo e che, quindi, l’istigazione o l’aiuto al suicidio così come l’omicidio del consenziente, sono e restano ancora reati.

Una bruttissima pagina!!!

I media stanno ripetendo da quasi 24 ore che, ad un processo, tra gli imputati, c’è anche un noto avvocato penalista, il quale è anche l’unico condannato!
D’accordo, ma perché non si dice che si tratta solo del primo grado di giudizio?
Prima di affermare che detto professionista è colpevole, non ci si dovrebbe ricordare che, secondo la Costituzione vigente, esiste la presunzione di innocenza e non di colpevolezza?
Inoltre, molti dei coimputati del legale in questione erano suoi ex assistiti; ma mi domando: un avvocato penalista, può veramente essere più colpevole dei propri ex assistiti poi coimputati?
Io non credo!
Comunque si concludano i tre gradi di giudizio, a mio modesto avviso, per la giustizia italiana questa è una bruttissima pagina!!!

Non finisce qui!

Napoli- “ILL.MO GIUDICE DELL’UDIENZA PRELIMINARE DEL TRIBUNALE DI … DOTT. …

Eccezione di nullità e/o questione di legittimità Costituzionale.

Il sottoscritto difensore di fiducia di …, imputato come in atti nel proc. Pen. N° … R.G.n.r. e N° … R.G.gip., la cui Udienza preliminare è fissata per il giorno …, espone quanto segue: in data … lo scrivente riceveva giusto mandato difensivo dal sig. … per il proc. Pen. N° … R.G.n.r.

Essendo detto imputato cieco assoluto come da documentazione che si allega alla presente, lo scrivente eccepisce la nullità dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, non solo perché lo stesso atto non è stato trascritto in braille, ma anche perché esso è stato preceduto da una richiesta di rinvio a giudizio ugualmente non trascritta in braille, quindi nulla anch’essa; ma vi è di più: quest’ultimo atto, non solo è nullo per i motivi di cui sopra, ma anche perché è stato preceduto da un avviso di interrogatorio anch’esso non trascritto in braille e quindi nullo anch’esso.

Tale avviso, però, deve essere ritenuto nullo, non solo per gli stessi motivi di cui sopra, ma anche perché preceduto dall’atto di cui all’articolo 415 bis, affetto dalla medesima nullità degli atti succitati, per le medesime ragioni degli stessi.

Per questi motivi, si eccepisce la nullità di tutti gli atti di cui sopra e si chiede la trasmissione degli atti al P.M., alla fase precedente all’emissione dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

In subordine, se l’ill.ma S.V. dovesse rigettare l’eccezione di nullità degli atti processuali in parola, si solleva una questione di legittimità costituzionale del combinato disposto del 1° comma dell’articolo 419 ed il 3° comma dell’articolo 109 C.P.P. per contrasto con gli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, nella parte in cui non prevede anche che, in caso di imputato cieco (appartenente o meno a minoranze linguistiche riconosciute), tutti gli atti processuali, compresi l’avviso della richiesta di rinvio a giudizio e l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, sono nulli se non sono trascritti in braille.

L’eccezione di nullità e la conseguente ed eventuale questione di legittimità costituzionale, a modesto avviso dello scrivente, non solo appaiono manifestamente fondate, ma anche assolutamente rilevanti; infatti, proprio l’articolo 109 del codice di rito, prevede, per gli imputati appartenenti alle minoranze linguistiche riconosciute, la traduzione degli atti processuali nella loro lingua, prevedendone, in caso contrario, addirittura la nullità; tuttavia, la succitata norma ignora che un imputato non vedente, pur se appartiene ad una minoranza linguistica riconosciuta, non possa, ugualmente, prendere conoscenza degli atti processuali notificatigli, atteso che la difesa penale è personale ed il braille, pur non essendo una lingua ma un metodo di scrittura, deve, necessariamente, essere equiparato ad una lingua, essendo l’unico “sistema” veramente idoneo per mettere a conoscenza di un disabile visivo un documento scritto.

Inoltre, si precisa, che se è vero come è vero che una tale situazione può penalizzare, ad esempio, anche un avvocato privo della vista e di fatto almeno in parte lo fa, è anche vero che un imputato con il medesimo handicap ha il diritto e la possibilità di farsi assistere da un professionista vedente, ma non può in nessun modo cambiare il proprio “status” processuale.

D’altra parte, un’importante pronuncia della IV sezione del Consiglio di Stato, (Sentenza n° 2345 del 19 aprile 2000), in relazione al problema della tutela delle minoranze linguistiche nel procedimento innanzi la Commissione Centrale di riconoscimento dello status di rifugiato politico, ha ribadito con chiarezza e nettezza il diritto anche dello straniero ad essere posto nella condizione di comprendere ogni atto che, provenendo sia da un’Autorità giurisdizionale che da organi amministrativi (nella fattispecie la Commissione Centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato politico), abbia forza e capacità di incidere su un suo diritto soggettivo; ma vi è di più: anche la Corte Costituzionale, con la nota Sentenza n° 10 del 1993, ha affermato il principio che la mancanza di un obbligo espresso di traduzione nella lingua nota all’indiziato, non può affatto impedire “l’espansione della garanzia assicurata con l’art. 143 co. 1 c.p.p., in conformità ai diritti riconosciuti dalle convenzioni internazionali, ratificate in Italia e dall’art. 24 co. 2° della Costituzione”.

Il principio cesellato dalla pronuncia del giudice delle leggi integra, indubitabilmente, il diritto più ampio e completo alla difesa, con ciò intendendosi la possibilità per l’indagato/imputato di recepire e comprendere espressamente le accuse mossegli, nonché la relativa violazione di legge e, su tale abbrivio, poter contestare e contraddire efficacemente le stesse.

La giurisprudenza di legittimità, poi, ha affermato (Corte di Cassazione Sezione III Sentenza n° 1527 del 8/9/1999), che anche l’ordinanza di custodia cautelare come il decreto di fissazione del giudizio, infatti, è un atto di fronte al quale l’indagato straniero che non comprendesse la lingua italiana potrebbe esser pregiudicato nel suo diritto di partecipare al procedimento a suo carico libero nella persona, in quanto, non comprendendo cosa in esso scritto, non sarebbe posto in grado di valutare né quali siano gli indizi ritenuti a suo carico (e quindi difendersi con riferimento agli stessi) né se sussistano o meno i presupposti per procedere all’impugnazione dell’ordinanza per nullità ai sensi dell’art. 292 comma 2 c.p.p.

Successivamente, la Suprema Corte ha avuto modo di esprimere il proprio pensiero sull’ispirazione data dalla succitata sentenza 10 del 1993, sia attraverso la IV sezione nel 2004, sia attraverso la Sentenza n° 47035 della V sezione nel medesimo anno, soffermandosi sul provvedimento custodiale.

Inoltre, anche la UE (Articolo 8 della Direttiva n° 64 dell’ottobre 2010 ed articolo 10 della Direttiva n° 13 del 2012) si è espressa esplicitamente in favore dell’assistenza linguistica dei cittadini stranieri nel processo penale.

Quanto sin qui esposto, in un sistema processual penalistico che, giustamente, tutela i diritti processuali di appartenenti a minoranze linguistiche riconosciute, stranieri, sordi, muti e sordomuti, non può che rafforzare il diritto del sig. … a ricevere gli atti processuali in braille; infatti, se per il cittadino straniero la non comprensione della lingua italiana è il “Presupposto indispensabile perché vi sia l’obbligo di traduzione dell’atto processuale” atteso che anche la Corte Costituzionale con la Sentenza n° 227 del 2000 ha affermato che la garanzia della effettiva conoscibilità dell’atto viene assicurata, nell’inevitabile limite del possibile, dalla traduzione nella lingua conosciuta o comunque in una delle lingue internazionalmente più diffuse e più accessibili al destinatario e ciò soddisfa anche le condizioni previste dall’art. 6 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo del 1950 e dall’art. 14 del patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, la trascrizione in braille dello stesso atto deve avere come unico presupposto la cecità, la quale, nel caso di specie, non solo è ampiamente provata e documentata, ma è anche assoluta.

D’altra parte, se un’azienda si ritiene eticamente veramente sana non solo dagli utili ottenuti ma anche dalla qualità del prodotto, dal benessere garantito ai propri dipendenti e per il fatto che per generare quei redditi non ha fatto luogo allo sfruttamento di esseri umani, una Società per definirsi veramente “giusta” (Cfr. https://www.studiolegalefava.com/handicap_giustizia.asp), deve porre molta attenzione, risolvendoli, ai problemi dei concittadini più bisognosi, uscendo definitivamente da una cultura del “diverso” che in Italia è ancora molto mediocre.

Per raggiungere tale risultato, però, se da un lato lo Stato latita colpevolmente con una irritante vacatio legis, dall’altro non può e non deve continuare a farlo anche con un’assurda “assenza” Giurisprudenziale, atteso che, in molti casi, proprio la Giurisprudenza, giustamente corre in aiuto del Legislatore, colmando le lacune di quest’ultimo; altrimenti, a cosa è servita l’istituzione della giornata nazionale del braille che si celebra ogni anno il 21 febbraio (Legge 126/2007), se poi tale importante metodo di scrittura non viene utilizzato per il rispetto dell’unico vero diritto di un imputato cieco: la conoscenza degli atti processuali che gli riguardano e quindi la propria difesa?

In conformità con quanto sin qui esposto, vorrà codesto ill.mo Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Torre Annunziata, accogliere l’eccezione di nullità dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare e di tutti gli atti ad esso precedenti e trasmettere gli atti al P.M. nella fase precedente all’emissione dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari perché, per il sig. … non solo non è trascritto in braille, ma è anche preceduto da altri atti: richiesta di rinvio a giudizio, avviso di interrogatorio ed avviso di conclusione delle indagini preliminari ugualmente non trascritti in braille e quindi nulli anch’essi.

In subordine, vorrà codesto ill.mo Giudice, considerare fondata e rilevante la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto del 1° comma dell’articolo 419 ed il 3° comma dell’articolo 109 C.P.P. per contrasto con gli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, nella parte in cui non prevede anche che, in caso di imputato cieco (anche se appartenente a minoranze linguistiche riconosciute) tutti gli atti processuali, compresi l’avviso della richiesta di rinvio a giudizio e l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, sono nulli se non sono trascritti in braille”.

L’eccezione/questione di cui sopra è stata completamente rigettata dal Magistrato in udienza; ma vi è di più, anche il P.M. si è opposto.

Cosa succederà in futuro non posso saperlo, ma puoi giurarci… NON FINISCE QUI!!!

é mai possibile???

Il leghista, (Umberto Bossi, Borghezio, Salvini) da sempre, si diverte a violare le leggi italiane, a prendersi gioco delle nostre Istituzioni, a mancare di rispetto alla nostra bandiera, alla nostra Costituzione ed al nostro inno, senza subire nulla! In questi giorni, finalmente, la Magistratura si e’ svegliata contro Calderoli, ma come? A mio modesto avviso, sbagliando l’incriminazione: diffamazione invece di ingiuria; ma è mai possibile???