Un handicap per la giustizia

Il tempo trascorre e l’umanità vive, spesso distrattamente, cambiamenti e innovazioni, benessere e, a volte, vere e proprie rivoluzioni: è il progresso!

Computer, fax, aeroplani, internet sono innovazioni che permettono di lavorare meglio e di più, di coprire distanze molto lunghe, di effettuare operazioni anche complesse con velocità e precisione fino a pochi decenni fa soltanto immaginabili; però non tutti gli esseri umani godono appieno dei benefici che ciò comporta, poiché molti hanno, rispetto ad altri, il “vantaggio” di avere sempre a disposizione tutte le proprie forze, di essere sempre pronti a ogni evento e di portare sempre se stessi, per così dire, con sé [1].

Un vantaggio che distacca drammaticamente da coloro che non possono far da sé.

A tale proposito gli handicap più temibili sono le infermità naturali, l’infanzia e la vecchiaia, poiché per questi nulla si può fare per porre un rimedio biologico.

Apparirà una forzatura parlare dell’infanzia e della vecchiaia nelle forme di una vita del tutto particolare com’è, per esempio, quella di un paraplegico costretto sulla sedia a rotelle, ma a ben vedere capita sempre più frequentemente di trovarsi di fronte ad, un anziano genitore inabile ed incontinente, al quale il ricordo della condizione “temporanea” di benessere corrompa il carattere rendendolo irascibile oltre misura.

Così come non vi sono dubbi sul fatto che anche i bambini sono tra coloro la cui condizione è di assoluta dipendenza da altre persone. La nostra cultura però ci porta ad escludere costoro dal novero di quelli che abbisognano di adeguato sostegno sociale come avviene per le persone affette da infermità naturali.

Questo è un argomento scomodo da trattare poiché se il legislatore ha disciplinato la materia [2], si è ancora lontani da una concreta attuazione di quei principi ispiratori a causa di una consapevole ostilità da parte di chi è chiamato ad osservarli; per dirla con Manzoni: “Le Leggi diluviano ma sono inefficaci”.

Il tema presenta un panorama che evidenzia un distacco, più o meno marcato secondo la “civiltà” di riferimento [3], tra le teorie della giustizia sociale e l’aspetto applicativo delle stesse, tanto che la materia della tutela dei diritti dei disabili è fonte di gravi ingiustizie. Per rendersene conto si ponga attenzione non solo alle mancanze e alle disuguaglianze che ne derivano, in rapporto al singolo disabile, nello sviluppo delle proprie capacità, dei propri interessi e della sua stessa umanità, ma anche alla scarsa considerazione sociale della quale godono tutte le persone dedite a fornire quell’aiuto indispensabile alla semplice sopravvivenza.

In una società giusta, costruita pianificando gli interventi pubblici secondo gli effettivi bisogni, ai primi si garantirebbero le condizioni per il pieno sviluppo della propria umanità, ai secondi sarebbe assicurato uno stipendio adeguato, ma sarebbe anche altissima la considerazione di cui godrebbero per l’elevato servizio sociale prestato, infine la massima attenzione formativa garantirebbe la sensibilizzazione delle giovani generazioni.

Com’è invece ripagato lo spirito di abnegazione che caratterizza familiari, parenti e amici dei disabili? Qual è la considerazione sociale ed economica garantita a badanti e operatori sanitari che si occupano di handicap [4], se non quella marginale, di lavoratori di serie B, nella quale sono relegati dal “giudizio” dei lavoratori “altri” e da una mediocre cultura del diverso.

Un’azienda si ritiene eticamente sana non solo dagli utili ottenuti, ma anche dalla qualità del prodotto, dal benessere garantito ai propri dipendenti e per il fatto che per generare quei redditi non ha fatto luogo allo sfruttamento di esseri umani, così una Società per definirsi “giusta” deve porre molta attenzione, risolvendoli, ai problemi dei concittadini più bisognosi.

Quando poi qualcuna di queste persone riesce a ritagliarsi uno spazio per la propria carriera professionale – con sacrifici personali e familiari immaginabili – spesso ha la sensazione di essere accompagnato da sentimenti di stupore, scetticismo e compassione, dove ciò che è dovuto appare invece una mera “concessione” da parte del “normale”.

Ciò ha un costo sociale enorme per gli effetti materiali che ne derivano e per quelli di immagine che relegano il Paese agli ultimi posti tra quelli occidentali “civilizzati”.

  • [1] J. J. Rousseau, Origine della Disuguaglianza, traduzione di G. Preti, Feltrinelli Ed., 2001, p. 41
  • [2] Legge 5 febbraio 1992, n. 104.
  • [3] A. Tinti e A. De Marinis, “Handicap al Sud”, in HP, Acca Parlante, n. 58, 1997
  • [4] M. Bottaccio, “Il welfare siamo noi”, in Confronti, Gennaio 1997
Pubblicato in La nostra opinione.